SEMINARI EDUCAZIONE ALIMENTARE PER INSEGNANTI SCUOLA MATERNA / ELEMENTARE

(P.O.M. - Regione Puglia / ARIPS - Settembre 2000)

SUSSIDI DIDATTICI E STRUMENTI

  • il Kit per l'Educazione alimentare è diventato il volume 8 dell'Enciclopedia dei giochi e si può trovare nel sito http://www.edarcipelago.com
  • Dispensa "I diritti del consumatore" ( a cura di Rosa Barbano di Maggio)

I DIRITTI DEL CONSUMATORE

A cura della Dott.ssa Rosa Barbano Di Maggio (esperto della Qualità e della Sicurezza)

La legge 30 luglio 1998 n. 281 disciplina i Diritti dei consumatori e degli utenti. Tale norma, all’articolo 1 (Finalità ed oggetto della Legge), stabilisce che:

"1. In conformità ai princìpi contenuti nei trattati istitutivi delle Comunità europee e nel trattato sull'Unione europea nonché nella normativa comunitaria derivata, sono riconosciuti e garantiti i diritti e gli interessi individuali e collettivi dei consumatori e degli utenti, ne è promossa la tutela in sede nazionale e locale, anche in forma collettiva e associativa, sono favorite le iniziative rivolte a perseguire tali finalità, anche attraverso la disciplina dei rapporti tra le associazioni dei consumatori e degli utenti e le pubbliche amministrazioni.

2. Ai consumatori ed agli utenti sono riconosciuti come fondamentali i diritti:

a) alla tutela della salute;

b) alla sicurezza e alla qualità dei prodotti e dei servizi;

c) ad una adeguata informazione e ad una corretta pubblicità;

d) all'educazione al consumo;

e) alla correttezza, trasparenza ed equità nei rapporti contrattuali concernenti beni e servizi;

f) alla promozione e allo sviluppo dell'associazionismo libero, volontario e democratico tra i consumatori e gli utenti;

g) all'erogazione di servizi pubblici secondo standard di qualità e di efficienza".

Questa norma rispecchia a pieno le cinque categorie di diritti fondamentali che stanno alla base della politica comunitaria in materia di tutela, e cioè: diritto alla tutela della salute e della sicurezza, degli interessi economici, diritto al risarcimento del danno, all’informazione ed educazione, diritto di rappresentanza.

Risulta chiaro, quindi, che i Diritti riconosciuti al consumatore sono:

  1. Diritto alla Sicurezza ed alla Qualità degli alimenti
  2. Questo fondamentale diritto si esplica nella fase precedente alla vendita del prodotto stesso e riguarda, fondamentalmente, il processo produttivo. Molteplici sono le normative, sia "Orizzontali" (cioè applicabili a tutti i comparti) che "Verticali" (cioè elaborate per singoli e specifici comparti) in vigore volte alla tutela della salubrità degli alimenti e, di conseguenza, della salute del consumatore finale.

    Tutto quello che le norme pongono come "obbligo" del produttore si trasforma in "diritto" per il consumatore finale.

    Tra le maggiori innovazioni normative intervenute nel nostro sistema giuridico, ancora una volta in attuazione di Direttive comunitarie, si ha il D.Lgs. 155/97 (Attuazione delle Direttive 93/43/CEE e96/3/CE concernenti l’igiene dei prodotti alimentari), che ha introdotto un innovativo sistema di c.d. Autocontrollo igienico, sulla base del metodo H.A.C.C.P. (Hazard Analisys and Critical Control Point), cui si accennerà brevemente in seguito.

  3. Diritto ad avere un’adeguata informazione e una corretta pubblicità
  4. Garantita la salubrità dell’alimento, il produttore deve garantire che lo stesso sia posto in vendita nel rispetto delle norme che tutelano il fondamentale diritto dei consumatori alla veridicità di quanto riportato sulle etichette e sugli imballaggi e di quanto diffuso con i mezzi di comunicazione di massa. E’ questa, forse, la fase più critica per il consumatore che, di fronte alla scelta del prodotto da acquistare, diventa bersaglio facile di messaggi pubblicitari provenienti da attenti e sofisticati studi di marketing.

    Anche in questa fase, successiva alla produzione, è intervenuto il legislatore, comunitario prima e nazionale poi, con una serie di norme che disciplinano le modalità di etichettatura dei prodotti alimentari e le forme di pubblicità ammissibili. Tra queste norme, di particolare importanza è il D.Lgs. 27 gennaio 1992 n. 109 (Attuazione delle Direttive 98/395/CEE e 98/396/CEE concernenti l’etichettatura, la presentazione e la pubblicità dei prodotti alimentari) recentemente innovato dal D.Lgs. 25 febbraio 2000 n. 68 (Attuazione della Direttiva 97/4/CE che modifica la Direttiva 79/112/CEE, in materia di etichettatura, presentazione e pubblicità dei prodotti alimentari destinati al consumatore finale).

  5. Diritto ad una Educazione al consumo degli alimenti
  6. Una fase ancora successiva alla vendita riguarda l’utilizzo domestico dei prodotti alimentari acquistati: il consumatore, per il legislatore, ha un diritto fondamentale ad essere informato su come scegliere, conservare e preparare gli alimenti, al fine di garantire che, anche nella fase propriamente "privata" del trattamento degli alimenti, questi non diventino mai potenzialmente idonei a mettere in pericolo la salute dei consumatori, soprattutto di quelli "speciali", cioè particolarmente esposti al rischio di intossicazioni alimentari.

    Questo punto è particolarmente cruciale ed, in sostanza, coinvolge non solo il produttore (che deve indicare sulle confezioni termini e modalità di conservazione e preparazione degli alimenti), ma anche e soprattutto gli organismi pubblici che hanno l’obbligo di promuovere una campagna di educazione alimentare a tutti i livelli, come precisato anche nel D.Lgs. 155/97, sopra citato, all’articolo 6 (Educazione sanitaria in materia alimentare - 1. Il Ministero della sanità, d'intesa con le regioni, le province autonome di Trento e Bolzano e le unità sanitarie locali, promuove campagne informative dei cittadini sull'educazione sanitaria in materia di corretta alimentazione, anche, d'intesa con il Ministero della pubblica istruzione, nelle scuole di ogni ordine e grado, con la partecipazione dei docenti di materie scientifiche e di educazione fisica, nell'ambito delle attività didattiche previste dalla programmazione annuale).

    A livello comunitario e nazionale si sta portando avanti una campagna di "Sicurezza alimentare", consultabile su internet alla pagina http://www.sicurezzalimentare.it.

  7. Diritto alla Correttezza ed equità nei rapporti contrattuali
  8. Particolarmente sentito, anche nel settore alimentare, è il problema prettamente giuridico, della tutela del c.d. "contraente più debole", cioè del consumatore che, di fatto, si trova di fronte a prezzi e condizioni contrattuali già imposte dal produttore/venditore che può solo accettare e rifiutare, ma non "contrattare".

    Ciò appare ancora più evidente nel settore alimentare, nel quale non esiste una vera e propria fase "contrattuale", ma è il produttore che definisce unilateralmente le condizioni di vendita che il consumatore può solo accettare o rifiutare.

    Per questo motivo risulta indispensabile ed assolutamente necessario porre molta attenzione nella fase di acquisto dei prodotto alimentari, considerato che il contratto si perfeziona con il pagamento del prezzo e la consegna della cosa.

  9. Diritto alla promozione e sviluppo di associazioni libere, volontarie e democratiche tra consumatori
  10. Proprio per la necessità di tutelare i consumatori, la legislazione comunitaria e nazionale promuove la promozione e lo sviluppo di associazioni dei consumatori che, con i necessari strumenti giuridici, possano fornire il loro supporto ai consumatori in settori particolarmente "a rischio", tra i quali quello alimentare.

  11. Diritto a che l’erogazione dei servizi pubblici avvenga secondo gli standard di qualità ed efficienza.

Naturalmente la natura pubblica dei servizi non esonera i gestori dal tenere comportamenti tali da garantire gli standard di qualità ed efficienza dei prodotti o dei servizi, così come la gratuità od onerosità non può influire sulla salubrità degli alimenti.

 LA LEGISLAZIONE VIGENTE

Il settore alimentare contempla un corpus normativo vastissimo che copre tutte le fasi produttive e distributive di una svariata quantità di alimenti.

La questione della tutela dei consumatori si incentra sulle problematiche dell’etichettatura, della pubblicità e dei prezzi dei prodotti alimentari; della salubrità degli alimenti; del diritto all’informazione ed al risarcimento per danno causato da prodotti difettosi; i testi di riferimento fondamentali sono:

D.Lgs. 25 gennaio 1992 n. 74 (Attuazione della Direttiva 84/450/CEE in materia di pubblicità ingannevole)

D.Lgs. 27 gennaio 1992 n. 109 (Attuazione delle direttive 89/395/CEE ed 89/396/CEE concernenti l’etichettatura, la presentazione e la pubblicità dei prodotti alimentari)

Circolare 27 aprile 1993 n. 140/93. D. Lgs. 27 gennaio 1992 n. 109. Etichettatura dei prodotti alimentari. Sent. N. 401/92 della Corte costituzionale.

D.Lgs. 26 maggio 1997 n. 155 (Attuazione delle Direttive 93/43/CEE e 96/3/CE concernenti l’igiene dei prodotti alimentari)

D.P.R. 23 agosto 1982 n. 903 (Attuazione della Direttiva 79/851/CEE relativa all’indicazione dei prezzi dei prodotti alimentari ai fini della protezione dei consumatori)

D.P.R. 24 maggio 1988 n. 224 (Attuazione della Direttiva 85/374/CEE relativa al ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative degli Stati membri in materia di responsabilità per danno da prodotti difettosi, ai sensi dell’articolo 15 della Legge 16 aprile n. 1987 n. 183)

Legge 10 aprile 1991 n. 126 (Norme per l’informazione del consumatore)

D.Lgs. 25 gennaio 1992 n. 73 (Attuazione della Direttiva 87/357/CEE relativa ai rpdotti che, avendo un aspetto diverso da quello che sono in realtà, compromettono la salute o la sicurezza dei consumatori)

D.M. 8 febbraio 1997 n. 101 (Regolamento di attuazione della legge 10 aprile 1991 n. 126, recante norme per l’informazione del consumatore).

L’ETICHETTATURA E PRESENTAZIONE DEI PRODOTTI ALIMENTARI

L’etichetta rappresenta l’elemento fondamentale sia per il produttore che per il consumatore: per il primo è un fondamentale strumento di comunicazione (insieme al packaging); per il secondo è la prima fonte di informazione sul prodotto che ci si accinge a comprare.

La fondamentale norma di riferimento in materia di etichettatura dei prodotti alimentari è il D.Lgs. 109/1992, che attua alcune direttive comunitarie.

Le norme d’etichettatura dei prodotti alimentari sono state contemplate, in via generale, nell'ambito della disciplina igienica della produzione e del commercio dei prodotti alimentari, in particolare nell'articolo 8 della legge 30 aprile 1962 n. 283. Per tale motivo ad esse è stata sempre attribuita una finalità esclusivamente igienico-sanitaria, in quanto ritenute destinate alla tutela della salute pubblica. Questa concezione, con il passare degli anni e con la creazione della CEE, ha subito una sostanziale modifica soprattutto a seguito della politica comunitaria nel settore della legislazione alimentare, nel quale le norme dirette alla protezione della salute pubblica sono separate da quelle dirette ad assicurare l'informazione dei consumatori e la lealtà e la trasparenza delle transazioni commerciali. In tale nuova concezione la materia dell'etichettatura dei prodotti alimentari assume una funzione soprattutto di natura tecnico-commerciale pur potendo avere anche finalità d’ordine sanitario, in particolare a fini di controllo.

L'etichettatura dei prodotti alimentari rientra nel più vasto campo dell'etichettatura delle merci, prevista per consentire al consumatore di fare scelte oculate e per imporre agli operatori economici la lealtà commerciale. La necessità che i rapporti commerciali siano improntati a lealtà e correttezza non è una caratteristica dello Stato italiano, ma di tutte le legislazioni dei Paesi civilmente evoluti.. E' da evidenziare, tuttavia, che la realizzazione delle etichette non sempre è un'operazione facile, soprattutto quando si è condizionati dalla fantasia e dalla tradizione.

Le fondamentali indicazioni che devono essere riportate in etichetta sono:

  1. Denominazione esatta
  2. Ingredienti (in ordine decrescente per quantità)
  3. Additivi presenti nel prodotto
  4. Quantità
  5. Modalità di conservazione
  6. Modalità di consumo
  7. Data di scadenza o termine minimo di conservazione
  8. Nome del produttore o del distributore
  9. Luogo di produzione
  10. Lotto di appartenenza del prodotto
  11. Altre indicazioni (in base all’alimento)

Nel decreto del Presidente della Repubblica n. 322/82 fu previsto l'obbligo di riportare tutte le indicazioni in lingua italiana e, qualora riportate anche in altre lingue, le indicazioni in italiano dovevano avere dimensioni maggiori di quelle riportate in altre lingue. La disposizione, contestata dai servizi della Commissione CEE, in quanto non prevista dalle norme comunitarie in materia, non figura nel decreto legislativo n. 109. Questo è al riguardo molto più preciso ed offre un gran contributo alla libera circolazione comunitaria dei prodotti alimentari che, anche se fabbricati in Italia, riportano diciture non in lingua italiana, perché di uso generalizzato e noto, oppure perché non hanno un corrispondente termine in lingua italiana. Tali diciture si riferiscono quasi esclusivamente alla denominazione di vendita e al nome di taluni ingredienti, nonché a nomi o ragioni sociali e sedi di fabbricanti, confezionatori o venditori di altri Paesi. Talune denominazioni di uso corrente intraducibili in lingua italiana sono contemplate dai regolamenti comunitari relativi alle bevande spiritose (regolamento del Consiglio n. 1576/89/CEE).Risultano inoltre intraducibili i nomi di taluni prodotti tipici o a denominazione di origine, qual, Emmenthal, Camembert. Giova infine evidenziare che talune regole di etichettatura, per quanto riguarda la lingua da utilizzare, sono da applicarsi non solo nella lingua italiana, ma anche nell'esportazione. Non bisogna dimenticare infatti che si tratta di regole che sono applicate in tutta la CEE. A volte sfugge che l'obbligo di indicare nello stesso campo visivo la denominazione di vendita, la quantità netta o nominale, il termine minimo di conservazione o la data di scadenza ed il titolo alcolometrico volumico va rispettato in tutte le lingue ufficiali dei Paesi ove il prodotto è posto in vendita.

Una delle indicazioni particolari che devono essere riportate in etichetta è il termine minimo di conservazione e la data di scadenza. La durabilità dei prodotti alimentari preconfezionati è espressa mediante l'indicazione della data di scadenza per i prodotti rapidamente deperibili dal punto di vista microbiologico e dal termine minimo di conservazione per tutti gli altri. Alle date suddette è stata data una precisa definizione, con significato sostanzialmente diverso.

La data di scadenza è una specie di ordine per il consumatore: il prodotto deve essere consumato entro il giorno indicato sulla confezione, altrimenti va buttato.

Il termine minimo di conservazione, invece, fornisce un'informazione sulla ottimalità del prodotto, se questo è mantenuto in adeguate condizioni di conservazione. Ciò significa che alla data indicata sulla confezione il prodotto può ancora possedere le specifiche caratteristiche e non essere considerato pericoloso per la salute umana. Il termine minimo di conservazione non indica, al contrario, un termine di scadenza, in quanto "minimo", ma la data fino alla quale il prodotto mantiene, in adeguate condizioni di conservazione, le sue proprietà specifiche. La garanzia offerta dal fabbricante o dal confezionatore è una garanzia minima che va ben oltre l'esigenza della commestibilità, in quanto le proprietà specifiche sono soprattutto quelle organolettiche. Con questo si vuole evidenziare che un prodotto esposto nei banchi di vendita il giorno dopo o alcuni giorni dopo la data indicata sull'imballaggio non deve assolutamente creare allarmismi nel consumatore, né tanto meno fare scattare immediatamente sequestri per una presunta pericolosità; è evidente che, di fronte a tale situazione, gli organi di vigilanza debbano adottare i necessari accorgimenti per evitare che si commettano abusi. Essendo il termine minimo di conservazione una data indicativa, la differenza di tempo tra la data indicata sull'etichetta e la permanenza del prodotto nei banchi di vendita va verificata caso per caso, prodotto per prodotto, a seconda della durabilità dello stesso e sempre che il consumatore non sia tratto in inganno.

La durabilità del prodotto alimentare è determinata dal fabbricante o dal confezionatore in base alle caratteristiche merceologiche del prodotto stesso, ai trattamenti ai quali è stato sottoposto, al materiale usato per il confezionamento e ad altri particolari parametri, a meno che non sia espressamente previsto diversamente da specifiche disposizioni, come nel caso dei diversi tipi di latte di cui alla legge 3 maggio 1989 n. 169.

L'espressione da usare per l'indicazione del termine minimo di conservazione è vincolante ed è la seguente: "da consumarsi preferibilmente entro" seguita dalla data oppure dall'indicazione del punto dell'etichettatura ove essa figura. L'espressione da usare per l'indicazione della data di scadenza è anch'essa vincolante ed è la seguente: "da consumarsi entro" seguita dalla data oppure dall'indicazione del punto di etichettatura dove essa figura. La data deve essere indicata sempre in chiaro e con le modalità che si ritengono più idonee, purché sia rispettato l'ordine seguente: giorno, mese ed anno. Non è consentito usare espressioni o termini diversi da quelli suddetti, anche se sortiscono lo stesso risultato. Un'espressione del seguente tipo è vietata, pur dando al consumatore l'informazione precisa: "data di scadenza 18 luglio 1992"; l'espressione corretta è "da consumarsi entro il 18 luglio 1992". Un'altra espressione errata è la seguente: "prodotto il 18 luglio 1992 - da consumarsi preferibilmente entro due anni". Non sussistono problemi nell'indicare la data di produzione, ma il termine minimo di conservazione va sempre riportato con la dicitura suddetta, e cioè: "prodotto il 18 luglio 1992 - da consumarsi preferibilmente entro il 1994, ovvero entro luglio 1994".

La data, poi, può essere espressa

a) senza l'indicazione dell'anno per i prodotti conservabili almeno tre mesi. Esempio: "da consumarsi entro il 10 luglio";

b) senza l'indicazione del giorno per i prodotti conservabili più di tre mesi e non più di diciotto mesi. Esempio: "da consumarsi preferibilmente entro novembre 1992";

c) senza l'indicazione del giorno e del mese per i prodotti conservabili per oltre diciotto mesi. Esempio: "da consumarsi entro il 1995".

Nel definire la durabilità di un prodotto conservabile per oltre diciotto mesi, indicando solo l'anno, occorre prestare molta attenzione alla durabilità effettiva, in quanto la mancanza del mese potrebbe attribuire al prodotto una durabilità di gran lunga superiore a quella effettivamente considerata dal fabbricante o dal confezionatore. Si prenda, ad esempio, un prodotto la cui durabilità è stata calcolata in due anni (24 mesi) e che viene fabbricato e confezionato il 20 gennaio 1993. La dicitura "da consumarsi preferibilmente entro il 1995" indica che il prodotto può essere venduto almeno fino al 31 dicembre 1995, mantenendo le caratteristiche specifiche. Nella realtà, il fabbricante, non volendo offrire una garanzia superiore a due anni, dovrebbe indicare, oltre all'anno, anche il mese, usando la dicitura "da consumarsi preferibilmente entro gennaio 1995".

Qualora per particolari esigenze di controllo sia prescritto l'obbligo di indicare la data di produzione, come nel caso della carni lavorate stagionate, il termine minimo di conservazione deve figurare sempre con le formule suddette. Qualora infine, in funzione della natura del prodotto, siano necessari particolari accorgimenti per garantire la conservazione del prodotto sino alla data indicata sull'etichetta, ovvero nel caso in cui tali accorgimenti siano espressamente prescritti da disposizioni specifiche, l'indicazione del termine minimo di conservazione deve essere completata dalla enunciazione delle condizioni di conservazione, con particolare riferimento alla temperatura in relazione alla quale è stato determinato il periodo di validità del prodotto. Per il latte fresco pastorizzato, ad esempio, non è sufficiente indicare la data di scadenza (4 giorni), ma occorre anche evidenziare che essa è valida se il latte viene conservato al fresco o nel frigorifero ad una temperatura non superiore a + 4 °C. Per i prodotti surgelati le specifiche disposizioni (decreto legislativo 27 gennaio 1992 n. 110) dettano precise regole di indicazione delle condizioni di conservazione.

L'indicazione del lotto, anche se già prescritta per taluni prodotti alimentari quali i surgelati, rappresenta una novità nella legislazione nazionale. Essa risponde essenzialmente a due esigenze:

a) assicurare una migliore informazione sulla identità dei prodotti alimentari: in questo senso la menzione rappresenta la fonte di informazione più utile ed efficace quando i prodotti stessi sono oggetto di controversie negli scambi commerciali nazionali ed internazionali, ovvero presentano un pericolo per la salute umana.

b) proteggere il produttore o il confezionatore o, in ogni caso, l'operatore responsabile, il quale, nel caso di contestazioni (peraltro non rare) sulle caratteristiche dei prodotti da parte dei settori della distribuzione, degli importatori ed altri, si vedrebbe respinte solo le quantità contestate riportanti quel determinato lotto e non tutta la produzione. In mancanza, i danni che gli operatori potrebbero subire sarebbero senz'altro rilevanti.

Il lotto viene definito come l'insieme delle unità di vendita di un prodotto alimentare, fabbricate o confezionate in circostanze praticamente identiche. La definizione stessa di lotto presuppone quindi l'esistenza di "un insieme di unità di vendita" di un prodotto alimentare e non di singole unità a se stanti. Nel caso di latte o di vino trasportato in cisterne provenienti da aziende agricole e destinati a centri di lavorazione o di imbottigliamento, non ricorrono le condizioni per l’identificazione del lotto e, quindi, non è richiesta la relativa indicazione sui recipienti. La direttiva CEE n. 89/396 ha espresso questo concetto in termini precisi: la definizione di lotto implica che varie unità dello stesso prodotto alimentare presentino caratteristiche praticamente identiche di produzione, fabbricazione e condizionamento e tale definizione non potrebbe pertanto applicarsi a prodotti presentati alla rinfusa o che non possono essere considerati come un insieme omogeneo per il loro carattere eterogeneo o la loro specificità individuale. La dicitura del lotto va apposta sulle unità di vendita e queste, secondo la destinazione, possono essere imballaggi o preimballaggi. Ciò significa, nel caso di un cartone di olio extra vergine di oliva, che l'unità di vendita può essere il cartone (imballaggio), ovvero le singole bottiglie o lattine di olio contenute nell'imballaggio.

L'indicazione della sede dello stabilimento di fabbricazione o di confezionamento è una menzione alla quale negli altri Stati membri viene data poca importanza, mentre in Italia è considerata di particolare interesse: è infatti ritenuta utile soprattutto quando vengono commercializzati, col solo nome del distributore, prodotti tipici.

Di particolare interesse per i consumatori sono le istruzioni per l’uso. Queste rappresentano un messaggio, un’informazione che il produttore o il confezionatore danno al consumatore, quando c'è l'effettiva esigenza che il prodotto debba essere usato in un modo determinato per trarne la massima soddisfazione. Anzi è proprio il produttore ad avere interesse a fornire tale indicazione, onde consentire al consumatore di conoscere ed apprezzare la bontà del prodotto in parola. Sulla base di tale considerazione è il produttore che valuta se e quando le istruzioni per l'uso sono necessarie. I casi, ovviamente, sono limitati.

In via generale sono necessarie le istruzioni per l'uso per le polveri da tavola, per i preparati o semilavorati (preparati per pizza), per i quali il consumatore ha bisogno delle istruzioni per usare in modo corretto il prodotto. Tale dicitura può essere considerata utile altresì in alcune ricette culinarie, quando servono informazioni sul tipo e la qualità degli ingredienti da usare nella preparazione di un prodotto, nel caso di sostanze che si prestano meglio di altre allo scopo (esempio: un particolare tipo di olio). Si tratta in ogni caso di un'esigenza che avverte anzitutto il produttore, il quale è consapevole che per vendere deve anche fornire al consumatore le notizie e le informazioni necessarie, oltre a quelle obbligatorie, perché questi acquisti ed utilizzi nelle migliori condizioni il prodotto.

Le indicazioni obbligatorie devono essere apposte in un punto evidente, in modo da essere facilmente visibili, chiaramente leggibili ed indelebili e non devono in alcun modo essere dissimulate o deformate. Esse possono essere riportate su un’etichetta, sul contenitore o sulla confezione, su anelli, fascette, collarini, tappi e possono figurare anche ripartite in più punti: alcune sul tappo, ad esempio, altre sull'etichetta. L'unica menzione che può figurare in codice è quella relativa al lotto. Occorre poi prestare molta attenzione, nei negozi di vendita, nell'applicazione di ulteriori etichette o dei talloncini dei prezzi, che deve essere effettuata in modo da non occultare, sia pure involontariamente, talune indicazioni obbligatorie. Un talloncino, ad esempio, apposto su una confezione di yogurt sull'indicazione del termine minimo di conservazione potrebbe dare all'acquirente l'impressione che la data di scadenza sia stata coperta volontariamente perché prossima alla scadenza.

La denominazione di vendita, la quantità, il termine minimo di conservazione o la data di scadenza secondo i casi e il titolo alcolometrico, ove previsti, devono figurare nello stesso campo visivo. Il decreto non dà la definizione di campo visivo. Tuttavia per esso deve intendersi la parte della confezione o dell'etichetta su cui sia possibile leggere con un solo colpo d'occhio le indicazioni suddette. Nel caso di confezioni a più facce (scatole di pasta o di riso) le indicazioni possono figurare anche sulla faccia più piccola. Il decreto infatti si limita a prescrivere solo l'obbligo della indicazione nello stesso campo visivo, ma nulla prescrive circa il punto della confezione o dell'etichetta ove far figurare le suddette menzioni. Detto obbligo non si applica fino al 30 giugno 1999 alle bottiglie di vetro destinate ad essere riutilizzate e sulle quali è impressa in modo indelebile una delle suddette quattro menzioni. L'esenzione, quindi, riguarda le bottiglie, a prescindere dal prodotto alimentare che vi è contenuto.

Le bottiglie di vetro destinate ad essere riutilizzate e sulle quali è riportata in modo indelebile una dicitura e su cui quindi non è apposta etichetta, fascetta o altro, nonché i preimballaggi la cui superficie piana più grande sia inferiore a 10 centimetri quadrati possono riportare solo le seguenti indicazioni: denominazione di vendita, quantità e termine minimo di conservazione o data di scadenza secondo i casi.

Per la vendita al dettaglio dei prodotti sfusi e dei prodotti venduti previo frazionamento anche se originariamente preconfezionati, è stato mantenuto l'obbligo del cartello applicato al comparto ove i prodotti sono esposti per la vendita o ai recipienti che li contengono, sul quale devono essere indicate le seguenti indicazioni:

a) la denominazione di vendita;

b) l'elenco degli ingredienti, ove prescritto;

c) le modalità di conservazione per i prodotti molto deperibili dal punto di vista microbiologico, ove necessario;

d) la data di scadenza per le paste fresche;

e) il titolo alcolometrico volumico per le bevande che hanno un contenuto di alcool superiore a 1,2% in volume.

Questo tipo di vendita è stato più volte oggetto di contestazioni, per la presunta mancanza sui documenti commerciali di una o più indicazioni, quali il termine minimo di scadenza e le modalità di conservazione. Nei negozi di vendita, pertanto, alla luce di quanto sopra, sul cartello devono figurare le suddette indicazioni (articolo 16, comma 1) con le modalità e le condizioni per esse stabilite, mentre sui documenti commerciali relativi agli stessi prodotti devono figurare le indicazioni di cui allo stesso articolo 16, comma 8. Come si vede, sui documenti commerciali non è richiesta l'indicazione della data né delle modalità di conservazione, mentre sul cartello l'indicazione della data è richiesta solo per le paste fresche e le modalità di conservazione, ove necessarie, solo per i prodotti molto deperibili. L'esigenza di quest'ultima indicazione va verificata caso per caso, con raziocinio. Per i prodotti di pasticceria artigianale, ad esempio, considerato il loro consumo giornaliero, essendo generalmente prodotti freschi, il consumatore sa come comportarsi: non v'è quindi la necessità di evidenziare tale indicazione. Anche per i gelati artigianali, venduti generalmente in coni, in quanto prodotti di immediato consumo, non v'è tale necessità. Per i prodotti della pasticceria, della gelateria e della panetteria, poi, gli ingredienti possono essere riportati su un unico cartello ben esposto, sempre in ordine ponderale decrescente, non per singoli prodotti della categoria (gelati al caffè, gelato alla fragola, gelato alla crema, gelato al pistacchio, ecc.), ma per categoria merceologica: un elenco unico per tutti i gelati, un altro per la pasticceria fresca, un altro ancora per i prodotti di panetteria, in quanto da considerarsi come un gruppo omogeneo. Si tratta in altri termini di fornire al consumatore la lista degli ingredienti, additivi compresi, che generalmente sono utilizzati per la preparazione di tali prodotti. Per i prodotti della gastronomia è stato poi previsto che l'elenco degli ingredienti possa essere riportato su un registro o quaderno o altro mezzo, messo ben in vista, a disposizione del consumatore in prossimità dei banchi di vendita. Per la birra alla spina, infine, è importante notare che le menzioni da evidenziare (denominazione di vendita e titolo alcolometrico) possono figurare su un cartello posto accanto all'impianto, ovvero sull'impianto stesso, mediante collarino o altro mezzo.

I prodotti alimentari esposti per la vendita al consumatore devono recare, oltre all'indicazione del prezzo di vendita, anche l'indicazione del prezzo per unità di misura, cioè il prezzo valido per 100 g o 100 ml, ovvero per kg o l, secondo che il prodotto è venduto per unità di massa o di volume. Il prezzo per unità di misura, detto anche prezzo unitario, va riferito alla quantità netta o nominale indicata sull'etichetta, ovvero, nel caso di prodotti che riportano l'indicazione della quantità di prodotto sgocciolato, al peso netto del prodotto sgocciolato. Esso può essere riferito a 100 g o 100 ml, se la quantità non supera tali valori.

Esempi:

 per una confezione di yogurt da 125 g posta in vendita a lire 1.100, oltre all'indicazione del prezzo di vendita (lire 1.100) occorre indicare anche il prezzo riferito al chilogrammo (lire 8.800), essendo la confezione superiore a 100 g;

 per una tavoletta di cioccolato da 60 g posta in vendita a lire 1.500, oltre all'indicazione del prezzo di vendita (lire 1.500) occorre indicare il prezzo unitario riferito a 100 g, trattandosi di confezione di peso inferiore a 100 g (lire 2.500);

 per un barattolo di pomodori pelati avente peso netto di 800 g e peso del prodotto sgocciolato di 480 g (60% di 800 g ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 11 aprile 1975, n. 428), posto in vendita a lire 960, il prezzo unitario va riferito alla quantità di prodotto sgocciolato (480 g) che risulta di lire 2.000 al chilogrammo.

L'onere dell'indicazione del prezzo ricade su chi fissa il prezzo di vendita ed espone i prodotti per la vendita, in pratica sul commerciante ed eventualmente sul fabbricante o sul confezionatore, nel caso questi indichino sull'etichetta il prezzo di vendita dei loro prodotti. Il venditore però, se modifica detto prezzo di vendita, deve adeguare di conseguenza anche il prezzo unitario.

Il prezzo unitario va indicato con le stesse modalità stabilite per l'indicazione del prezzo di vendita, cioè sull'etichetta del prodotto, sui cartelli, sui banchi di vendita.

Talune categorie di prodotti sono esentate dall'obbligo del prezzo unitario. Esse sono enumerate all'articolo 4 del decreto del Presidente della Repubblica 23 agosto 1982 n. 903, come sostituto dell'articolo 2 del decreto legislativo 25 gennaio 1992 n. 76:

a) prodotti preconfezionati per i quali non è obbligatoria l'indicazione della quantità. Si tratta dei

  •  prodotti soggetti a notevoli cali di massa o di volume, che sono generalmente pesati alla presenza dell'acquirente: questi infatti può visionare il prezzo unitario direttamente dallo strumento di misura;
  •  prodotti di cacao e di cioccolato di peso inferiore a 50 g;
  •  prodotti dolciari, diversi da quelli di cacao e cioccolato, di peso non superiore a 30 g;
  •  prodotti la cui quantità sia inferiore a 5 g o 5 ml, salvo spezie e piante aromatiche;

b) prodotti di diversa natura posti in una stessa confezione: ne sono esempio i cesti natalizi, contenenti prodotti eterogenei;

c) prodotti commercializzati sfusi che possono essere venduti a pezzo o a collo. L'articolo 10 del decreto ministeriale 21 dicembre 1984 (regolamento di esecuzione della legge 5 agosto 1981 n. 441 sulla vendita a peso netto delle merci) definisce la vendita a pezzo e la vendita a collo e stabilisce le condizioni per tali vendite;

d) prodotti distribuiti mediante apparecchi automatici, in quanto assimilati ai prodotti venduti a pezzo;

e) alimenti precucinati o preparati o da preparare contenuti nello stesso imballaggio. La disposizione individua tre categorie di prodotti (precucinati, preparati da preparare) costituiti da più componenti, senza peraltro darne la definizione. Tuttavia il ministro dell'Industria, del Commercio e dell'Artigianato, con propria circolare n. 30101/C del 19 marzo 1986, ha fornito i seguenti criteri per l'individuazione dei prodotti in parola:

  •  alimenti precucinati: sono gli alimenti che hanno subito un trattamento termico non volto alla mera conservazione, ma avente anche finalità gastronomiche (ad esempio la precottura) e che inglobano una quota di servizio che limita, totalmente o parzialmente, l'intervento del consumatore;
  •  alimenti preparati: sono gli alimenti, complessi ed elaborati, pronti per il consumo diretto, che non necessitano di alcun intervento da parte del consumatore in quanto inglobano un servizio totale;
  •  alimenti da preparare: sono gli alimenti che hanno bisogno di un intervento di manipolazione e di preparazione da parte del consumatore al fine di ottenere un prodotto complesso o, comunque, più elaborato di quello di partenza. In tal caso l'alimento di base rappresenta un contributo, sotto forma di servizio, che elimina una serie di operazioni preparatorie per l'utilizzatore.

f) gelati monodose (non rientrano in tale categoria le confezioni multiple di gelati);

g) prodotti di fantasia: la dizione è troppo generica, ma non è difficile trovare dei criteri che consentano di individuare tali prodotti. Deve essere rilevante soprattutto l'apporto della fantasia, necessaria a conferire al prodotto un'esclusività, una particolare forma o preparazione, ecc. Tali prodotti, pertanto, non sono paragonabili o confrontabili con altri, per cui l'indicazione del prezzo unitario risulta poco significativa. Rientrano in tale categoria di prodotti, ad esempio, taluni tipi di pane con particolari realizzazioni, uova pasquali di cioccolato, figurine e sigarette di cioccolato;

h) prodotti preconfezionati a gamme unitarie costanti secondo valori di quantità o di capacità stabilite da norme comunitarie. Rientrano in tale categoria i prodotti elencati all'allegato 1 del decreto legge 3 luglio 1976 n. 451 e all'allegato 1 del decreto del Presidente della Repubblica 23 agosto 1982 n. 825, lo zucchero, gli estratti di caffè e le tavolette di cioccolato;

i) prodotti preconfezionati contemplati dal decreto del Presidente della Repubblica 26 maggio 1980 n. 391, posti in imballaggio collettivo ma destinati ad essere venduti singolarmente, nonché i prodotti preconfezionati elencati negli allegati del decreto del Presidente della Repubblica 23 agosto 1982 n. 871, posti in imballaggi collettivi ma destinati ad essere venduti singolarmente e a condizione che per essi sia prevista l'esenzione dall'obbligo dell'indicazione del prezzo unitario;

l) prodotti preconfezionati in quantità unitarie costanti previste da norme vigenti e che non corrispondono a valori comunitari, nonché prodotti preconfezionati a gamme unitarie costanti corrispondenti ai seguenti valori espressi in g o ml: 100, 250, 500, 750, 1000 1500, 2000. Per questi prodotti l'esenzione è concessa fino al 7 giugno 1995.

L'obbligo dell'indicazione del prezzo unitario, infine, non si applica ai prodotti somministrati al pubblico e a quelli destinati ad usi professionali.

LA PUBBLICITÀ

Il consumatore viene spesso bombardato da messaggi subliminari che, consapevolmente od inconsapevolmente, lo spingono a preferire determinati alimenti ad altri, a prescindere da ragioni effettive. E’ per questo che il legislatore, comunitario e nazionale, ha introdotto una disciplina della pubblicità che cerchi, per quanto possibile, di tamponare l’effetto suggestivo che molti messaggi pubblicitari provocano. Spetta, però, al consumatore guardare al di là dell’involucro o dei messaggi lanciati dai mass media per operare la propria scelta di acquisto in maniera consapevole.

La legge di riferimento in materia di pubblicità è il D.Lgs. 72/92, la cui finalità è quella di tutelare commercianti, produttori e consumatori dalla pubblicità ingannevoli.

Per pubblicità si intende "ogni tipo di messaggio diffuso da chi esercita attività commerciali allo scopo di promuovere vendita, costruzione, trasferimento di diritti -relativa a beni mobili ed immobili- nonche' alla prestazione di servizi".

Il primo principio è quello in base al quale la pubblicità deve essere palese, veritiera e corretta, cioè non deve essere "ingannevole". La pubblicità viene considerata ingannevole se induce in errore i destinatari cui e' rivolta (sia per contenuto che per presentazione), pregiudicando potenzialmente il comportamento -economico- del consumatore finale o determinando un danno nei confronti di un concorrente.

La pubblicità deve essere, inoltre, riconoscibile in quanto tale.

Il messaggio pubblicitario diffuso a mezzo stampa dovrà essere distinguibile dagli altri testi, rendendolo chiaramente percettibile ed inconfutabile nella sua natura grazie a grafica ed espressività.

I termini "garanzia" e "garantito" (e simili) possono essere utilizzati solo se accompagnati da chiare precisazioni su contenuto e modalità della garanzia offerta.

Se la brevità del messaggio non consentisse di riportare integralmente queste informazioni, dovrà esserci un rimando sintetico ad un testo -facilmente reperibile dal consumatore- con queste informazioni.

La pubblicità subliminale e' vietata.

Un caso particolare

relativo a prodotti considerati tossici o comunque con possibile rischio per salute e sicurezza dei consumatori. La pubblicità e' ingannevole se non informa sulla presenza di questi prodotti, perche' il consumatore potrebbe non seguire particolari regole di prudenza e vigilanza.

La pubblicità per bambini ed adolescenti

per non essere ingannevole deve evitare di minacciare la loro sicurezza e, in particolare, non deve abusare della loro naturale credulità e mancanza di esperienza.

L'uso di bambini e adolescenti

non e' consentito -nei messaggi diretti agli adulti- per suscitare in chi guarda emozioni e decisioni, approfittando della commozione e dei sentimenti che negli adulti suscitano i piu' giovani.

L'Autorità

Con l'art.10 della Legge 10/10/90, n.287 e' stata istituita l'Autorità per la Concorrenza ed il Mercato, alla quale possono essere inoltrate richieste di vietare pubblicità ingannevole (o la sua continuazione). Il suo intervento puo' essere chiesto da:

- singoli cittadini, o gruppi degli stessi

- ministero dell'Industria

- associazioni

- amministrazioni.

Per segnalazioni, rivolgersi a: Garante per la Concorrenza ed il Mercato-Antitrust /Via Liguria 26, 00187 Roma, tel.06481621, fax 0648162256 http://www.agcm.it

I SISTEMI DI CONTROLLO DELLA SICUREZZA ALIMENTARE: CONSERVAZIONE, PREPARAZIONE E SOMMINISTRAZIONE DI ALIMENTI E BEVANDE

Come precedentemente accennato, è recentemente entrato in vigore, anche in Italia, un D.Lgs. (il D.Lgs. 155/97) che ha introdotto l’obbligo per "…ogni soggetto, pubblico o privato, con o senza fini di lucro, che esercita una o più delle seguenti attività: la preparazione, la trasformazione, la fabbricazione, il confezionamento, il deposito, il trasporto, la distribuzione, la manipolazione, la vendita o la fornitura, compresa la somministrazione, di prodotti alimentari" (Articolo 2, comma 1, lettera b D.Lgs. 155/97) di attuare il c.d. Autocontrollo Igienico, sulla base del metodo H.A.C.C.P. (Hazard Analisys and Critical Control Point). Si tratta di una vera e propria novità nel sistema italiano, in quanto segna il passaggio da un metodo di controllo ufficiale e repressivo, attuato dagli organi di controllo (ASL, NAS ecc.), ad un sistema di autocontrollo preventivo, messo in atto e gestito dallo stesso esercente. In pratica questo significa che ogni ristorante, ogni dettagliante alimentare, ogni produttore di alimenti ecc. deve predisporre un vero e proprio Manuale (detto Manuale Aziendale di Autocontrollo Igienico), in cui avrà descritto la propria attività ed avrà individuato i propri punti di controllo critici, c.d. CCP, su cui effettuare il proprio monitoraggio. Egli, inoltre, individuati i CCP, dovrà prevedere un vero e proprio sistema di monitoraggio di dati (ad esempio registrazione quotidiana delle temperature di frigoriferi e celle frigorifere, registrazione degli interventi di sanificazione ecc.). Non solo: sarà cura del titolare dell’attività programmare ed attuare un sistema di "verifica", atto a costituire banco di prova della funzionalità e del corretto funzionamento del sistema di autocontrollo predisposto, che potrà anche significare sottoporre gli alimenti a controlli microbiologici di laboratorio.

Tale normativa è entrata definitivamente in vigore in aprile 2000 e, come già accaduto in passato, sono ancora moltissimi gli imprenditori che non si sono adeguati.

Bisogna poi sottolineare che la normativa ha come destinatari non solo le aziende di produzione propriamente dette, ma anche il panettiere, il piccolo market, il venditore ambulante e persino chi vende occasionalmente ed a mero titolo gratuito generi alimentari: l’applicazione a 360° è fondamentale se si vuole garantire il mantenimento di quella "catena di controlli" che dovrebbe garantire la salubrità degli alimenti giunti al consumatore finale.

Inutile sottolineare l’opportunità che il metodo H.A.C.C.P. sia attuato nelle mense scolastiche e per quei generi alimentari comunemente consumati da bambini e ragazzi, soprattutto se si considera che le malattie alimentari sono più probabili, per la delicatezza dell’organismo, in bambini ed anziani.

Sempre nell’ottica che quel che è un obbligo per il produttore è un diritto per il consumatore, non si può non sottolineare che ogni cliente ha il diritto di veder rispettata questa normativa, che porterebbe ad un sistema molto simile a quelli basati sui più avanzati concetti di "qualità", "certificazione di qualità" e "costumer satisfaction.

La stessa norma (come accennato precedentemente) prevede una campagna di educazione alimentare, che rappresenta l’ultimo stadio di questo sistema di autocontrollo: dal produttore alla casalinga è necessario rispettare dei comportamenti tali da poter garantire la propria salute tramite la certezza che l’alimento preparato è salubre.

Si riportano in allegato dei documenti predisposti nell’ambito della campagna della sicurezza alimentare.

In sintesi si può certamente affermare che il D.Lgs. 155/97 è una di quelle norme che hanno come scopo a medio-lungo termine quello di avvicinare e rendere complementari l’interesse del produttore e del consumatore.

ULTERIORI INFORMAZIONI SULL'INTERESSANTE SITO http://www.sicurezzalimentare.it

A cura della Dott.ssa Rosa Barbano Di Maggio (esperto della Qualità e della Sicurezza)